
Le quattro vite di Gaetano Salvemini
Le quattro vite di Gaetano Salvemini
Testo di Gianfranco Petruzzella
Sono nato a Molfetta l’8 settembre 1873. Ho avuto quattro vite e sono morto due volte, con tanto di
regolari necrologi sui giornali sia la prima che la seconda volta.
La prima volta sono morto a Messina il 28 dicembre del 1908, durante quel terrificante terremoto, e avevo 35 anni.
La seconda volta sono morto a Capo di Sorrento, alle 11 e 30 del mattino del 6 settembre 1957.
Due giorni dopo avrei compiuto 84 anni.
Ciò che vado a raccontarvi è la storia delle mie quattro vite successive.
La mia prima vita inizia effettivamente nel 1894, quando mi laureo a Firenze in Storia a 22 anni. Grazie
ad una borsa di studio che ho avuto dopo il Liceo Classico fatto nel Seminario Vescovile di Molfetta,
dove mio padre Ilarione (che era istitutore lì) era riuscito a farmi entrare. Io, secondo di nove figli avuti
da Emanuela Turtur, figlia di commercianti.
Insomma a 25 anni (nel 1897) mi sposo. La mia indimenticabile moglie, Maria Minervini, mi darà cinque
splendidi figli (Filippetto, Leonida, Corrado, Ughetto e infine Elena). Mi darà anche l’unico periodo
veramente felice di tutte le mie quattro vite.
A 24 anni (nel 1896) avevo già pubblicato La dignità cavalleresca nel comune di Firenze e tre anni dopo (nel
1899) pubblico Magnati e popolani in Firenze.
Devono aver colpito parecchio perché nel 1901 (all’età di 29 anni) mi danno la cattedra di Storia
Medievale e Moderna all’Università di Messina.
Due questioni mi catturano a quel tempo e non mi lasciano più.
La prima è la Questione Meridionale (che mi è stata insegnata molto bene a Firenze dal grandissimo
Pasquale Villari).
La seconda è l’idea del federalismo per la soluzione dei problemi della nazione (che ho scoperto sulle
pagine di Carlo Cattaneo).
Già da qualche anno, cioè da quando ho raggiunto i 21 anni, mi sono iscritto al Partito Socialista (che è
nato l’anno precedente). In quel partito (che sarà la mia casa e il mio campo di battaglia per 17 anni) trovo
lo spazio di lotta che mi serve per la mia esigenza di giustizia sociale e di riscatto delle masse popolari.
Uscirò da quella casa nel 1910. Sbattendo la porta. E ora provo a spiegarvi perché.
Il punto è il suffragio universale.
Mi spiego meglio.
L’Italia di quel tempo è per nove decimi in una condizione di arretratezza spaventosa. È in una condizione
precedente alla nascita del capitalismo.
Perciò RIFORMISMO SOCIALISTA non vuol dire riforme economiche. Che sono un lusso dei paesi
industriali.
Piuttosto RIFORMISMO SOCIALISTA vuol dire riforme politiche generali (come condizione di quelle
economiche, che vengono dopo).
Quali riforme politiche generali? La riforma dell’Esercito. La riforma della Pubblica Amministrazione. La
riforma della Scuola. Soprattutto, la Riforma Elettorale.
Per questo litigo con l’amico Turati, che si permette il lusso di rivendicare le leggi sociali e così facendo
perde di vista le condizioni reali di un paese profondamente arretrato, soprattutto nel Sud.
La strada maestra è l’agitazione politica per ottenere il Suffragio Universale. Ma dobbiamo capirci con
molta chiarezza su questo punto. Il diritto di voto di cui sto parlando non è un diritto naturale e astratto
buono per le chiacchiere da intellettuali. È invece uno strumento forte e potente da usare in una lotta tra
interessi chiari e contrapposti. Altrettanto forti e altrettanto potenti.
Mi spiego ancora meglio.
La legge elettorale del 1882 lega il diritto di votare alla capacità di leggere e scrivere. In questo modo
ammette al voto gran parte degli operai del Nord. Ma taglia fuori del tutto i contadini del Sud, che sono
tutti analfabeti.
Gli effetti di questa legge sono due. Il primo è togliere ogni possibile influenza politica alle masse
danneggiate dalla miseria e dalla questione meridionale. Il secondo è impedire qualsiasi controllo o
qualsiasi resistenza contro la corruzione e contro la prepotenza del Governo. Un Governo che usa un
meccanismo ben collaudato per garantire l’elezione di deputati meridionali eternamente “ministeriali” e
sostanzialmente conservatori.
Di questo si tratta. Di questo mi occupo da alcuni anni in quella mia prima vita. Di questo dovevo parlare
a Bari in un comizio la sera di quel maledetto 28 dicembre 1908 che mi condusse alla morte per la prima volta.
Ma riprendiamo il racconto. Riprendiamolo dal giorno in cui la mia vita si spezza. Vivevo in un palazzo
di Piazza Cairoli, lì a Messina. Al quarto piano. E dormivo. Gli enormi e indicibili boati che mi investirono
mi spinsero a guardare fuori dalla finestra per capire cosa stesse succedendo. Venne giù tutto il palazzo
alle mie spalle stritolando tutti gli abitanti, compresa tutta la mia famiglia. Sotto quelle assurde macerie
trovarono la morte tutti i miei figli. Filippetto. Leonida. Corrado. Ughetto. Elena. Trovò la morte mia
moglie. Trovò la morte anche mia sorella Camilla, che era lì con noi. Io invece no. Non mi uccisi. Caddi
sull’immenso cumulo di macerie e di cadaveri. Rimasi ferito. Ma non mi uccisi. Però la morte mi prese
comunque. Raccontai a Giustino Fortunato circa un anno dopo che la vita per me ormai non aveva altro
scopo se non quello di dimenticare me stesso in opere che mi legassero agli altri, in attesa che la morte
definitiva mi liberasse finalmente da quel continuo, sordo e atroce dolore che non mi abbandonò mai più.
Per diversi giorni (mentre io giravo sotto shock fra le rovine di Messina) tutta l’Italia mi diede per morto.
Mentre Benedetto Croce e Gaetano Mosca pubblicavano i loro necrologi più o meno amichevoli, alla
mia famiglia arrivò un telegramma che diceva: “Con Gaetano Salvemini scompare una delle più belle
figure del Socialismo Italiano”.
Era firmato da Benito Mussolini.
Che evidentemente già da allora mi vedeva bene da morto.
Io nel frattempo sopravvivo. Ed entro nella mia seconda vita. Facendo (come tanti) due esperienze
importanti. La prima è l’elezione del 1913 a Bitonto e Molfetta. O meglio la campagna elettorale. Con
tanto di intimidazione mafiosa vissuta a Terlizzi. La seconda è la Grande Guerra. Sia pure per pochi mesi.
Ma andiamo con ordine.
Cominciamo dalle elezioni. Non vengo eletto. Negli anni Cinquanta (in una Italia che amava credersi
completamente cambiata) Benedetto Croce, attaccandomi, riferirà una battuta di Giovanni Giolitti che
suona più o meno così: Mah, non fu eletto e se la prese con me.
In effetti le elezioni del 1913 (le prime con il Suffragio Universale) sono state il simbolo di come
funzionava il metodo governativo nelle regioni del Sud. Soprattutto nei collegi sostanzialmente poveri
come Molfetta. Potete andare a leggervi lo splendido racconto di quelle vicende fatto dall’amico
giornalista Ugo Ojetti che mi seguiva a quel tempo come osservatore.
Ma ciò che conta non è la descrizione di quei sistemi. Se volete, ve li andate a leggere nell’opera “Il
ministro della malavita”. Ciò che conta veramente è ciò che mi passava per la testa in quel periodo. Vale
a dire ciò di cui ero profondamente convinto. Che ora vado a spiegarvi.
Dentro o fuori il Partito Socialista il punto vero era il sistema rappresentativo.
Il sistema rappresentativo ristretto (cioè quello non universale) spinge tutti verso il malcostume
clientelare. Nel senso che il deputato (qualsiasi deputato) è costretto a diventare ministeriale. Costretto
dalla pressione della massa piccolo-borghese che è la maggioranza del suo elettorato. Quella massa che
vuole da lui i favori. Pur essendo eventualmente socialista o democratico, il deputato deve farsi eleggere
(con l’appoggio malavitoso del Governo) per assicurare quei favori che gli chiedono.
Questo meccanismo clientelare può essere spezzato (così pensavo allora) dal Suffragio Universale. Perché
questo allarga il corpo elettorale alle classi lavoratrici. E quindi introduce elementi di equilibrio e di
giustizia che mancano. È una idea che si sente in fondo ancora oggi (a cento anni di distanza) quando si
parla di democrazia partecipata.
Il Partito Socialista (che come ho detto è stata la mia casa per 17 anni) ha dovuto scegliere. Poteva
rappresentare e interpretare i bisogni della povera gente (allora parlavo di “resurrezione morale delle
masse meridionali”). Oppure poteva servire gli interessi già costituiti (e trarre vantaggio anche lui dai
metodi del Governo). Il Partito aveva preso la seconda scelta. E io me ne andai sbattendo la porta.
Pensavo infatti due cose (che spesso si sentono ancora oggi).
La prima cosa che pensavo è che la Storia è fatta dalle minoranze coscienti. Minoranze che si
costituiscono come rappresentanti delle moltitudini mute e le trascinano alla battaglia.
La seconda cosa che pensavo è che ci sono necessità morali che sono superiori alle stesse riforme politiche
generali. Perciò (come dissi allora nel Congresso del Partito) se Giolitti ci offrisse il Suffragio Universale
in cambio della fiducia al suo Governo, io negherei la fiducia. Perché il Suffragio Universale accettato a
quel prezzo e da quelle mani sarebbe disonorato.
Oggi posso dire che sono due convinzioni sbagliate.
La prima è sbagliata perché è il ragionamento di un professore e non di un politico. Un errore che poi in
tante occasioni avrebbero fatto molti amici di Giustizia e Libertà.
La seconda è sbagliata perché è il ragionamento di un moralista prestato alla politica. Come mi dirà senza
mezzi termini negli anni Cinquanta Palmiro Togliatti (che pure non si fece mai scrupolo di accogliere i
moralisti nel suo partito come indipendenti, salvo cacciarli in seguito per troppa indipendenza).
Ma torniamo al nostro racconto e alla seconda esperienza della mia seconda vita. Vale a dire la Grande
Guerra. Per me era lo scontro definitivo tra due sistemi politici.
Da una parte gli Imperi Centrali (vale a dire l’Austria e la Germania) con tutto il loro militarismo
reazionario.
Dall’altra parte le Potenze dell’Intesa (vale a dire l’Inghilterra e la Francia) con la loro democrazia liberale
e con i loro ideali di giustizia e di libertà che tante volte avevo studiato.
Noi italiani dovevamo combattere al fianco dell’Intesa. Dovevamo fare in modo (come dicevo allora con
convinzione) che quella guerra uccidesse la guerra. Che fosse l’ultima. Lo scontro definitivo.
Una convinzione ingenua, devo dire, per un uomo che aveva passato i quarant’anni. Ma non era solo mia.
E soprattutto nessuno si aspettava quella guerra. E nessuno poi meno che mai si aspettava quella pace.
Comunque sia l’Italia entrò nella Grande Guerra il 24 maggio del 1915. Io entrai nella guerra da volontario
come ufficiale. Fui assegnato al 121esimo battaglione di fanteria e fui spedito sul Carso. Fui congedato
pochi mesi dopo per gravi disturbi al sistema circolatorio e al fegato. A dicembre del 1915 ero a casa.
Ma avevo già visto abbastanza da vicino l’orrore. Mi convinsi della necessità di una pace democratica.
Cioè una pace capace di rispettare l’autodeterminazione dei popoli. Insomma le cose che il Presidente
Wilson racconterà poi al mondo nel suo giro in Europa.
Non accadrà ovviamente niente del genere e la Storia se ne andrà da un’altra parte.
Poi in quella mia seconda vita arriva l’ottobre del 1922. Vale a dire la Marcia su Roma.
Fra gli spazi che mi vengono offerti per le mie battaglie, spiccano le pagine della Rivoluzione Liberale del
mio grande amico Piero Gobetti. Su quelle pagine faccio diversi interventi, mentre il Fascismo costruisce
se stesso un mese dopo l’altro, un passo dopo l’altro, una violenza dopo l’altra.
Vi voglio parlare di un articolo in particolare, che viene pubblicato il 1 febbraio 1925. Il suo titolo è
Proporzionale e Suffragio Universale.
Da poco meno di un mese Mussolini si è assunto pubblicamente in Parlamento la responsabilità della
morte di Giacomo Matteotti, ucciso dai suoi uomini il 10 giugno del 1924. A quel tempo ho già capito
(come scrivo nel mio diario) che il Parlamento è già morto nell’ottobre del 1922. Sento dire la stessa cosa
a Turati. Ma do la colpa a lui per non aver visto (per convenienza, certamente) che quel Parlamento era
già malato da tempo, per colpa di Giolitti e dei suoi metodi clientelari.
Ma commetto, in quel 1 febbraio 1925 (cioè a pochi mesi dal mio arresto e dalla mia fuga dall’Italia) un
errore che ora vado a spiegarvi.
Per farlo devo riassumere brevemente quell’articolo, in cui dico cinque cose.
La prima cosa è che il Suffragio Universale entra nella vita italiana come un regalo di Giolitti che lo usa
per spaccare i socialisti e per procurarsi gli appoggi parlamentari che gli servono per la Guerra di Libia.
Le masse popolari non se lo sono guadagnato, non lo capiscono e non sanno come usarlo.
La seconda cosa è che il Partito Socialista avrebbe dovuto educare le masse contadine ad usare quell’arma,
ma non lo fa. Al suo posto ci pensa la Grande Guerra, che nel 1919 offre con il Suffragio un facile sfogo
alla rabbia e al malcontento dei tanti reduci, che vogliono solo farla pagare a quelli del Governo,
mandando a casa quegli incapaci.
La terza cosa è che il Suffragio universale (vale a dire il diritto di votare) non è affatto quella fonte della
sovranità popolare che tanti amano credere, ma è solo un misuratore assai grossolano del gradimento
delle masse popolari rispetto alle azioni del Governo. Un registratore occasionale, insomma, degli umori
del popolo, che costringe i governanti ad ascoltare quegli umori, ad analizzarli e a regolarsi di
conseguenza, ovviamente assecondandoli. Detto in altri termini: l’elezione a suffragio universale è una
rivoluzione abortita. Ma a patto che i governanti abbiano la capacità di ascoltare gli umori delle masse.
La quarta cosa è che nel 1913, nel 1919, nel 1921 e nel 1924 i governanti non ascoltano affatto, non
capiscono e soprattutto non sanno trovare un accordo in Parlamento per dare al Paese un Governo
degno di questo nome.
La quinta cosa è che le ultime elezioni (vale a dire quelle del 1924, attraversate dalle violenze fasciste
denunciate da Matteotti) hanno fatto capire chiaramente che più il Governo usa la violenza per vincere
le elezioni, più esce debole dalla lotta e più forte e prestigiosa rende l’opposizione che arriva in
Parlamento. Già questa è una mezza stupidaggine che scrivo. Ma l’errore vero, quello grave, arriva subito
dopo. Arriva quando dico che i Fascisti, se vinceranno le prossime elezioni, si troveranno al punto di
prima e lo sforzo che dovranno fare per addomesticare la volontà della maggioranza li renderà sempre
meno sicuri di se stessi. Perché il Suffragio Universale è una bestia che non si fa domare da nessuno.
Una previsione tutta sbagliata. Una vera cantonata, come si dice. Non ci saranno prossime elezioni fino
al 1946.
Sono stato vittima della illusione liberale che crede le elezioni un fatto naturale e inevitabile come la
pioggia. Invece le elezioni sono una convenzione artificiale che può essere eliminata completamente, se
il partito al potere lo ritiene necessario.
Un errore. Dovuto al fatto che in fondo sono un professore e sono un moralista. Non sono un politico.
Quindi non mi aspetto che qualcuno sospenda e cancelli il gioco democratico come invece ha fatto
Mussolini, che invece appunto era un politico puro.
Ma è ora di riprendere il nostro racconto, perché gli avvenimenti si incaricano di farmi entrare ormai nella
mia terza vita.
Vengo arrestato e processato. È il 13 giugno del 1925. La prima udienza di un processo per modo di dire.
Vengo rinviato a giudizio. Mi viene anche concessa la libertà provvisoria. Quella stessa notte alcuni fascisti
tentano di uccidermi. Scampo alla morte e comincio a pensare di lasciare l’Italia. Pochi giorni dopo arriva
l’amnistia per i reati politici. Serve solo a liberare gli assassini di Matteotti, ma mi ci trovo anche io e altri
con me. A luglio lascio l’Italia. Inizia così la mia vita da fuoriuscito.
Vado a Parigi. Poi a Londra.
A 52 anni ho rinunciato all’insegnamento e ho perso la cittadinanza italiana. Vivo facendo conferenze.
Potete leggere tutto ciò che c’è da sapere in Memorie di un fuoriuscito. Voglio invece raccontarvi tre
esperienze importanti di questa mia terza vita.
La prima mi porterà ad Harvard, alla cattedra di Storia della civiltà italiana in memoria di Lauro De Bosis
(ne parliamo tra poco).
La seconda mi porterà a capire meglio cosa sia e come funzioni la democrazia americana (ma anche di
questo parliamo fra poco).
Cominciamo dalla terza esperienza. Forse la più stupida. Almeno in apparenza. Ha a che fare con la
scrittura, cioè con il modo di scrivere (e quindi con il modo di pensare).
Mi spiego meglio.
Nei venticinque anni che ho vissuto lontano dall’Italia (vale a dire fino ai miei 76 anni) mi è tornata molto
utile una convinzione che mi ero fatto molti anni prima, quando ancora giovanissimo mi affaticavo al
Liceo Classico nel Seminario Vescovile di Molfetta. A quel tempo imperava dappertutto Hegel con il suo
idealismo, c’era la filosofia delle essenze e c’era la dialettica. Si parlava tanto di Zeit Geist (vale a dire dello
Spirito del Tempo). Per me era come camminare al buio in un bosco con un sacco calato sulla testa.
Poi incappai in un libro splendido che non mi abbandonò più per il resto della vita.
Gli Elementi di Euclide.
Da quel libro (che in un certo senso mi rovinò per sempre) ho ricevuto una lezione di chiarezza del
linguaggio (e quindi di ordine del pensiero) che non ho mai smesso di seguire e di applicare.
Mi spiego meglio.
Se prendete quel libro trovate (tra le tante cose) una cosa importantissima, vale a dire le cinque nozioni
comuni.
Dicono questo:
1 Cose uguali ad una stessa cosa sono uguali fra loro.
2 Aggiungendo quantità uguali a quantità uguali, anche le somme sono uguali.
3 Sottraendo quantità uguali a quantità uguali, anche i resti sono uguali.
4 Cose che coincidono con un’altra sono uguali a quell’altra.
5 L’intero è maggiore della parte.
Tutto qui.
Ora a voi tutto questo farà un po’ ridere e starete lì a chiedervi che c’entra.
Ma il punto vero è che questo schema mentale così semplice mi ha sempre accompagnato nel mondo
della Storia, dove le scienze esatte non funzionano. Però funziona la la precisione. Funziona l’esattezza
della definizione. Ho imparato presto a definire esattamente il senso di ogni singola parola che uso.
De-finire vuol dire tracciare dei confini e questi confini devono essere precisi.
Più precisi sono quei confini, più esatta è la definizione, più chiaro è il concetto, più giusto è il risultato.
Non solo nel sapere. Anche nella vita.
La mia sete di giustizia e la mia voglia di chiarezza sono sempre state la stessa cosa. Da quelle cinque frasi
ho ricavato il concetto di uguaglianza. Ho ricavato che l’intero è maggiore della parte. Vale a dire che ho
ricavato il mio socialismo e la mia attenzione al suffragio universale. Ho ricavato la mia idea di federalismo
e la mia speciale attenzione al conflitto fra le parti in lotta (come nel Comune di Firenze nel Medioevo,
che ho iniziato a studiare quando avevo 24 anni).
Viene tutto da quelle cinque nozioni comuni, che mi sono servite molto per preparare le tante conferenze
del periodo inglese e del periodo americano. Perché loro pensano e scrivono allo stesso modo. Mi sono
anche servite moltissimo per diradare tutte le nebbie e per chiarire tutti gli equivoci con i quali si
presentava il Fascismo agli occhi del mondo.
Ma soprattutto quella chiarezza mi serve negli anni americani per capire meglio cosa voglia dire la
democrazia e cosa voglia dire la dittatura.
Si tratta di ciò che spiegavo ad Harvard nel giugno del 1934 e che ora vado a spiegare a voi.
Il punto vero non è la differenza fra la democrazia e la dittatura. Il punto vero è la proporzione fra la
libertà e la costrizione. Una proporzione che si trova in tutte le esperienze della storia e che si trova in
tutte le esperienze statali. Ripeto: la proporzione fra la libertà e la costrizione.
La democrazia quindi comincia quando per l’opposizione c’è più libertà che costrizione.
La dittatura invece comincia quando per l’opposizione c’è più costrizione che libertà.
Da nessuna parte è mai dato trovare né la pura dittatura né la pura democrazia.
Molte costituzioni politiche rappresentano un incrocio tra democrazia e dittatura.
Ma il fatto di vedere due cose insieme non significa che esse siano indissolubilmente legate. E meno
ancora che siano la stessa cosa.
Un somaro può essere attaccato insieme con un cavallo allo stesso carretto, ma il somaro non diventa
per questo un cavallo.
Quindi (per dirla con una battuta) Euclide batte Hegel uno a zero.
Inoltre, tenere d’occhio la proporzione vi permette di vedere la dittatura nelle sue prime mosse, nei suoi
primi passi. Quando cioè può (forse) ancora essere fermata. Ovviamente a patto di non fare l’errore che
feci io nel 1925 (di cui vi ho già parlato).
Ma è ora di raccontarvi la terza esperienza della mia vita americana. Quella più importante.
Vale a dire quella di arrivare ad Harvard grazie al sostegno dell’amica Ruth Draper per insegnare Storia
della civiltà italiana in una cattedra creata apposta per me e per onorare la memoria di Lauro De Bosis.
Quel De Bosis antifascista che era riuscito ad inondare Trinità dei Monti a Roma di volantini antifascisti
quell’indimenticabile 3 ottobre 1931, per poi schiantarsi tragicamente nelle acque del Tirreno con il suo
aereo quello stesso giorno.
Come certo già sapete, dal 1926 al 1934 la mia vita girava fra la Francia, l’Inghilterra e l’America senza
avere più la cittadinanza italiana (che mi era stata tolta dall’amico Mussolini con un Regio Decreto fatto
apposta per me il 30 settembre 1926). Approdo definitivamente in America nel 1934 e trovo lì tanti altri
fuoriusciti, come Borgese, La Piana, Venturi e quell’Arturo Toscanini picchiato dai fascisti davanti al
Teatro Comunale di Bologna per essersi rifiutato di suonare Giovinezza con la sua orchestra.
Certo, con tutti questi amici fondo la Mazzini Society nel 1939. Lo faccio per portare avanti la tradizione
democratica del nostro Risorgimento e promuovere i valori della democrazia americana e della sua
costituzione. Lo faccio insomma per battermi contro ogni tipo di dittatura, sia essa fascista sia essa
comunista o di qualunque altro tipo decida di essere.
Ma anche sul periodo di Harvard ho almeno tre cose da dirvi.
La prima cosa da dirvi riguarda il carattere democratico del nostro Risorgimento. Avevo già osservato
nel 1925 che se ci mettiamo da un punto di vista storico obiettivo dobbiamo riconoscere che la monarchia
dei Savoia, questa monarchia burocratica, rappresentativa e censitaria era, in quegli anni, il solo
ordinamento politico e amministrativo in cui potesse attuarsi in Italia il bisogno di indipendenza e di
coesione nazionale. Certo, il punto centrale per me era il processo di crescita e di affrancamento delle
classi inferiori. Ma questo era ed è sempre stato il mio punto personale. Mentre la forma oggettiva del
nostro Risorgimento non poteva essere diversa da quella che effettivamente è stata. Per questo bisogna
riconoscere a Cavour l’onore che gli spetta e che fa di lui uno statista e di me uno storico che ha sempre
cercato di dire la verità ai suoi studenti.
La seconda cosa da dirvi riguarda il mio rapporto fortemente polemico con l’Italia di Giolitti e con i suoi
metodi elettorali. Insomma con quello che l’amico Ugo Ojetti chiamava il mio “abbonamento” con
Giolitti, vale a dire una specie di fissazione personale. Dopo aver riflettuto tornando in Italia nel 1949
spiego che le critiche mosse a Giolitti (cioè di essere stato con i suoi metodi un corruttore della
giovanissima democrazia italiana che era in cammino) non hanno in realtà favorito l’evoluzione della vita
italiana verso forme meno imperfette di democrazia, ma favorirono invece la vittoria di quei gruppi
militaristi, nazionalisti e reazionari che trovavano la democrazia di Giolitti anche troppo perfetta.
Avrei dovuto guardare con maggiore sospetto a quelli che si compiacevano di quelle critiche che io
avanzavo. Avrei insomma potuto aiutare meglio quella giovane democrazia che fu completamente
bloccata nel suo già faticoso cammino dall’intervento del Fascismo.
E veniamo ora alla terza cosa da dirvi, che è anche la più importante.
La questione della cattedra di Harvard.
Accettai la cattedra di Storia della civiltà italiana ad Harvard istituita dall’attrice newyorkese Ruth Draper
(con i suoi soldi) per onorare la memoria del suo e del mio indimenticabile Lauro De Bosis. Contro il
volere del Governo Italiano. Contro il parere dell’Ambasciata italiana. Ma anche contro il parere di
parecchi colleghi americani che simpatizzavano non poco per il Fascismo nella Boston di quegli anni.
Nella lotta sul mio nome per quella cattedra (nome imposto dalla Draper) ebbi l’aiuto dell’amico La Piana,
dello storico Arthur Schlesinger e soprattutto del professor Felix Frankfurter (della Harvard Law School,
già consigliere del presidente Roosevelt, che lo nominerà come giudice alla Corte Suprema e che già si
era battuto a suo tempo contro la condanna a morte di Sacco e Vanzetti). Naturalmente tutto fu possibile
solo grazie all’appoggio decisivo del Rettore di Harvard James Conant (che mi rinnovò il contratto per
quattordici anni consecutivi).
Ma il punto vero è un altro. Ha a che fare con il mio essere uno storico e non un politico. Mi spiego
meglio.
Nell’accettare quell’incarico scrissi al Rettore Conant una cosa chiarissima:
Lei può stare certo che mai le mie conferenze e il mio seminario saranno usati a scopo di propaganda
politica. Il mio senso di lealtà nei confronti della Harvard University e il rispetto che devo a me stesso
come studioso sarebbero da soli sufficienti a impedirmi di usare l’aula per qualunque fine diverso da
quello accademico.
Più o meno la stessa cosa dissi chiaramente a Ruth Draper circa un mese prima di iniziare le mie lezioni.
Naturalmente sono sicuro (scrissi) che non sfrutterò mai la mia posizione di docente per la propaganda
politica. Non l’ho mai fatto in vita mia. Tu capisci che devo evitare sia l’accusa di sfruttare la mia cattedra
a scopo di propaganda, sia la viltà di nascondere chi era De Bosis per evitare l’accusa di fare propaganda.
Il modo migliore è tenere le mie lezioni, mostrare che ho svolto opera di studio e di dottrina, conquistare
la fiducia e l’approvazione del mio pubblico; e al termine della lezione conclusiva, quando avranno capito
che sono uno studioso e non un politico, allora ringrazierò il donatore sconosciuto e gli amici europei.
Nella mia lettera alla carissima amica Mary Berenson sono stato ancora più chiaro, dicendo che la politica
mi diventa sempre più indifferente. Non potendo fare nulla per cambiare il corso delle cose nel solo paese
che mi interessa, ho cessato di essere tormentato da quel ridicolo senso di responsabilità che una volta
mi vietava di tacere innanzi a quello che mi sembrava una ingiustizia o un errore.
Ed è per questo che (come hanno poi in effetti testimoniato i miei studenti ad Harvard) io facevo lezioni
di storia dei comuni italiani medievali e di storia del Risorgimento italiano, evitando la storia
contemporanea con le sue implicazioni direttamente politiche.
Del resto i miei studenti erano sempre circa da dieci a trenta e come ebbe a dire uno di loro mi trovavano
esotico e brillante. Ammiravano soprattutto il fatto che avessi imparato l’inglese passati i cinquanta anni.
Certamente erano studenti straordinari e intelligentissimi, con i quali ritrovai il me stesso che ero sempre
stato.
Certo voi potreste pensare che questo sia opportunismo. E potreste anche pensare che sia incoerenza. E
non sia mai che io abbia a difendermi da queste accuse francamente ingiuste e anche un tantino stupide.
Soprattutto ora che sono morto la seconda volta, ormai definitivamente, nel lontano 1957, proprio
mentre nasceva la nuova Europa unita che nel bene e nel male esiste ancora oggi e che sembra riesca ad
avere anche un domani.
Se volessi rispondere a quelle critiche potrei dire che nessuno di voi ha mai vissuto un esilio di venticinque
anni dopo essere scampato alla morte per mano dei fascisti. Perciò nessuno di voi ha idea veramente di
cosa significhi trovare in America l’accoglienza che io vi trovai. Ma se volessi rispondervi davvero vi
chiederei di ricordare ciò che scrissi al Rettore dell’Università di Firenze nel 1925, decidendo di
andarmene.
Signor Rettore (scrissi), la dittatura fascista ha soppresso ormai completamente nel nostro paese quelle
condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento universitario della Storia (quale io lo intendo)
perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e deve ridursi a
servile adulazione del partito dominante. Oppure deve ridursi a mere esercitazioni erudite, estranee alla
coscienza morale del maestro e degli alunni. Sono costretto perciò a dividermi dai miei giovani e dai miei
colleghi con un dolore profondo, ma con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà verso di essi,
prima che di coerenza e di rispetto verso me stesso.
Ecco. Tutto qui.
Per dirla in breve: costretto a scegliere spesso nella mia vita tra il luogo della Storia e il luogo della Politica,
io ho sempre scelto senza alcun dubbio il luogo della mia coscienza e della libera educazione civile.
L’ho sempre dovuta, quella scelta, a me stesso. A me stesso. A mia moglie Maria. Ai miei figli. A mia
sorella Camilla. Con i quali sono morto sotto le macerie di quel maledetto palazzo di Messina.
Ed ora ci avviamo a concludere questa lunga storia entrando nell’ultima delle mie quattro vite, che inizia
alla giovane età di 76 anni al fianco di uno dei miei tanti figli adottivi e spirituali. Forse quello che ho
sentito più vicino. Vale a dire quell’Ernesto Rossi che insieme ad altri aveva architettato quella grande
Casa Federale Europea che sembrava a molti (me compreso) il futuro migliore per quella nuova Italia
che comunque continuava a non piacerci né per come era stata in nostra assenza, né per come stava
diventando dopo il 1948. A me e a lui sembrava chiaramente che l’Italia stesse scivolando nelle mani delle
forze conservatrici, clericali e monarchiche. E ci sembrava altrettanto chiaramente che gli amici di
Giustizia e Libertà fossero in una difficoltà sempre più evidente che li isolava sempre più nettamente
rispetto alla vera questione centrale. Vale a dire quel duello tra democristiani e comunisti che aveva una
forma fortemente asimmetrica, garantita dalla salda tutela inglese prima e americana poi. Nonostante
quella democraticità per così dire “preterintenzionale” del Partito Comunista che l’amico Rossi non aveva
nessuna intenzione di riconoscere.
Anche in questa che sarà l’ultima delle mie vite, ho tre cose che voglio raccontarvi. Le ultime di questa
lunga chiacchierata.
La prima cosa riguarda la storia della cittadinanza.
Avevo perso (come già sapete) la cittadinanza italiana nel 1926. Avevo poi chiesto e ottenuto la
cittadinanza americana. E per me era una cosa serissima. Non era solo un contratto. Era anche una
identità. Una identità democratica e libera. In un paese che mi aveva accolto, che mi aveva ospitato e che
mi aveva sempre trattato con gentilezza. Certo, nei limiti che ho conosciuto. Perché vivevo come un
monaco nei confini di Cambridge. Ma era il mio nuovo paese.
Per questo ci ho messo molti mesi a riflettere sulla possibilità di tornare in Italia e di riavere la cittadinanza
italiana. Una possibilità che si fece concreta nel 1949. Di cui non mi sfuggiva certamente il peso simbolico.
Il punto era (tra le altre cose) il doverla chiedere. Rinunciando in qualche modo al valore di quella
americana. Ora lasciamo perdere il fatto (secondo me altrettanto simbolico) che mi fermarono alla
frontiera per un problema con i documenti.
Il vero punto è un altro. È che né io né Ernesto siamo mai stati quel tipo di esule dell’Ottocento che
cresce intorno al desiderio di tornare nel suo paese nutrendo un giorno dopo l’altro la lontananza e la
privazione con il pane della nostalgia. È questo un mito che nutre la romanticheria dell’emigrante che
spesso viene associata anche a me. Ma che con me cade del tutto fuori luogo. Il mio essere un fuoriuscito
(esattamente come è accaduto ad Ernesto) si è sempre fondato sulla profonda convinzione di essere stato
cacciato dal Fascismo e soprattutto di essere ostacolato nel mio rientrare dalle condizioni oggettive di
una nuova Italia che non mi convince per niente. E non mi convince perché mi appare sempre più chiusa
tra le ambiguità autoritarie di un Benedetto Croce e un autoritarismo almeno meno ambiguo di un
Palmiro Togliatti. Due nomi, questi, che mi portano a dire la seconda cosa che voglio dirvi, sul finire di
questo nostro incontro.
Si tratta ancora una volta della mia opera più famosa, “Il ministro della malavita”.
Nel 1949 infatti, in occasione di una sua riedizione, si infiammò l’ennesima lotta delle mie tante vite.
Da un lato Benedetto Croce liquidava quell’opera (che non si adattava alla riscoperta dell’Italia liberale e
prefascista che conveniva a tanti in quel periodo) con il ricordare la battuta di Giolitti sul fatto che non
ero stato capace di farmi eleggere a Molfetta nel 1913 e che per questo me l’ero presa con lui e con i suoi
metodi. Insomma per una cosa a metà strada tra la ripicca infantile e la fissazione malata.
Dall’altro lato Palmiro Togliatti che liquidava quell’opera segnalando l’inconsistenza delle condanne
dettate da una ispirazione puramente moralistica.
Insomma, dall’uno e dall’altro (certo per ragioni molto diverse) quel libro era considerato niente altro che
un pamphlet polemico, troppo legato a quegli avvenimenti specifici e troppo moralista per essere
considerato un vero libro di storia.
Mi trovai a difendere quell’opera esplicitamente nel 1952 e lo feci (come avevo sempre fatto) alla maniera
di Euclide. Mi misi a spiegare che il congegno elettorale è solo un espediente (trovato per la prima volta
in Inghilterra) mediante il quale la maggioranza degli elettori è chiamata di tanto in tanto a dichiarare se
è o non è contenta dei governanti. E può cambiarli senza avere bisogno di ricorrere ad atti di violenza
rivoluzionaria. Ma è un gioco che ha le sue regole. Che vanno rispettate. Se una parte dei giocatori o tutti
le violano di proposito e se (peggio ancora) il giudice di campo falsifica il gioco, il congegno si mette a
funzionare male e alla fine nessuno lo prende più sul serio.
Ora, che questa cosa non sia importante per Togliatti (che non crede a questo gioco) è comprensibile.
Non è invece comprensibile nel caso del liberale Croce, perché chi accetta le istituzioni rappresentative
non ha il diritto di passare avanti ai metodi con cui Giolitti faceva ai suoi tempi le elezioni, ignorandoli o
negandoli (come invece fa Benedetto Croce). Insomma, la posizione di Togliatti è logica. Quella di Croce
non è soltanto assurda. È qualcosa di peggio nei tempi della nuova Italia. È equivoca.
Ecco perché ancora nel 1956 (all’età di 83 anni) io e l’amico Elio Apih nella mia casa di Capo di Sorrento
stavamo lavorando su una storia dei metodi elettorali usati in Italia dal 1848 in poi.
Il punto di quel progetto è semplice.
I metodi elettorali in Italia sono sempre stati quali erano in Inghilterra nel ‘700 e nel primo ‘800. Mentre
però in Inghilterra si verificò poi un magnifico rinnovamento morale in tutti i partiti politici e una sempre
maggiore correttezza da parte del Governo, in Italia invece i metodi elettorali (già tutt’altro che corretti
dal 1848 al 1892) ebbero a peggiorare pesantemente con le violenze permesse e usate da Giolitti, fino
all’avvento del Fascismo che poi li sospese definitivamente, interrompendo quella democrazia in
cammino che è sempre stata difficile in Italia e che ha da sempre il suo principale punto debole nella
fragilità delle istituzioni rappresentative.
Mi dicono che ancora oggi è operante quella fragilità. Cioè mi dicono che ancora oggi (dopo 64 anni dalla
mia seconda morte) il problema più grave della imperfetta democrazia italiana sta nella falsificazione della
volontà del corpo elettorale (da un lato) e nella incapacità dei governanti di ascoltare gli elettori, di
analizzarne le richieste e di rispondere ai governati in modo adeguato e intelligente (dall’altro). Insomma
mi dicono che la democrazia italiana sia ancora in cammino e che questo cammino sia ancora piuttosto
difficile.
Bene. Chiudo questo mio lungo racconto con un’ultima cosa che voglio dirvi.
Spero che tutta questa storia vi sia servita a conoscermi meglio.
Come storico, soprattutto.
Come insegnante, certamente.
Come politico, anche.
Come europeo e federalista, senza dubbio.
Come faticosamente italiano, ovviamente.
Anche come molfettese, se volete.
Ma soprattutto come uomo. Un uomo con i suoi valori.
Con le sue idee (che ho provato a spiegare).
Con i non pochi errori che ho commesso, come tutti noi.
Vi saluto con una esortazione, come ho sempre fatto con i miei studenti.
Leggete il Critone di Platone (dove trovate Socrate che si rifiuta di fuggire da Atene che lo ha condannato
a morte perché deve compiere il suo dovere davanti a se stesso, alla sua libera coscienza e a quelle leggi
che ha sempre onorato).
Leggete anche il Discorso della Montagna che trovate nel Vangelo di Matteo (dove trovate tutta la sete
di giustizia sociale e umana che state cercando e che io ho cercato e onorato per tutta la mia vita).
Leggete i miei libri e riflettete su ciò che ho scritto.
E soprattutto ricordate la regola della mia vita (e spero anche della vostra), che suona più o meno così:
“Tu pensa a fare quello che devi. Avvenga poi ciò che può accadere”.